UNA STORIA INCREDIBILE; UN PICCOLO GIOCATORE CHE NON PUO’ SCENDERE IN CAMPO
A Torino, in una vicenda che mette in luce tutti i difetti di una burocrazia lenta, c’è un caso simile. Lo si può leggere su il sito de lastampa.it, dove è raccontata bene la storia di Elias, un bambino albanese, nato e cresciuto in Italia, ma privo del permesso di soggiorno, di essere tesserato per la squadra con cui si allena regolarmente. La storia è questa (la riportiamo dal sito de www.lastampa.it, perché interessantissima ed attuale).
Il regolamento della Figc è rigido: per poter disputare i tornei, i ragazzini devono essere tesserati e tra i documenti richiesti c’è il permesso di soggiorno. Elias ha dieci anni e il permesso non ce l’ha. Eppure è nato e cresciuto in Italia, frequenta regolarmente la quarta elementare e i voti «non sono neanche male: ha tutti sette e otto, ma è molto intelligente e potrebbe fare di più», racconta la mamma. Da quattro anni, da quando la donna lo ha iscritto alla scuola calcio del Lucento, Elias si allena tutte le settimane con i compagni: tira, dribbla, prova a calciare i rigori, commette anche qualche fallo. Ma quando arriva il weekend, il suo nome rimane sempre fuori dalla rosa dei convocati. Non può giocare. «Non va neanche al campo da gioco, resta a casa e piange». Ora la famiglia di Elias si è rivolta all’avvocato Giuseppe Fiore, che ha presentato un’istanza al Tribunale dei Minori perché venga concesso alla donna il permesso di soggiorno in base all’articolo 31 del Testo unico sull’immigrazione, che prevede il rilascio del documento «per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore». «È l’unica strada percorribile – spiega il legale -. La signora vive in Italia dal 2003, si era trasferita nel nostro Paese per studiare Scienze Politiche. Poi nel 2007 è nato Elias e ha lasciato gli studi, così ha perso il permesso di soggiorno. Ma è rimasta a vivere in provincia di Torino». Si legge nel ricorso: «L’impossibilità di partecipare al campionato di calcio sta creando un grosso dispiacere al piccolo Elias, che vive l’esclusione con grave sofferenza e disagio e tenuto conto dell’età non comprende le ragioni dell’esclusione. Tutti i venerdì, all’atto della mancata convocazione, cade in un pianto disperato che i genitori faticano a calmare». «È un tormento ogni volta – racconta la mamma -. Come si fa a spiegare a un bambino nato in Italia che non è italiano e che non può giocare a calcio? Così lui mi incolpa e affoga il dispiacere nel cibo». Ora l’ultima parola spetta al giudice. Intanto Elias continua ad allenarsi, sognando il giorno del suo debutto in campo.
fonte: www.lastampa.it
