DIDIER DROGBA VUOLE ESSERCI CONTRO IL PORTOGALLO
Una bella storia che Repubblica.it racconta benissimo. Ve la proponiamo integralmente perchè merita di essere letta così come chi è stata scritta. Il signor Africa indossa una mezza corazza da guerriero, una specie di capsula imbottita per proteggere il braccio rotto. Eppure, anche così, Didier Drogba è un giocatore terrificante. Con la mano sinistra raccoglie il pallone bianco leggerissimo, quasi un giocattolo da spiaggia, lo piazza su uno spicchio di prato, poi lo guarda come per fargli già male, infine lo maltratta con una pedata atomica. Il rumore della palla scagliata resta nell’aria un bel po’, come se la impregnasse. Succede più o meno così, quando i jet tagliano il cielo.
Questo accadeva venerdì, giorno del suo primo allenamento col pallone dopo la frattura dell’ulna dell’avambraccio destro (4 giugno, amichevole contro il Giappone). Ieri, Drogba ha preferito lavorare col fisioterapista che si chiama Mauro Doimi ed è stato prestato dalla Sampdoria alla Costa d’Avorio: l’uomo bionico lo conobbe ai tempi del Chelsea, quando frantumava le porte agli ordini di Mourinho, e ora gli affida il braccio malandato. “Però spero di farcela per martedì, voglio giocare contro il Portogallo”. Sarà, la sfida di Port Elisabeth, una specie di semifinale nel girone in cui c’è anche il Brasile, primo – si direbbe – per diritto divino. Tenendo conto che la quarta è la Corea del Nord, l’altro posto per gli ottavi se lo giocheranno ivoriani e portoghesi. “Meglio essere prudenti, deciderò all’ultimo momento”, dice Sven Goran Eriksson che della Costa d’Avorio è lo stratega: tocca a lui, e all’uomo bionico in odore di eroismo, condurre il più avanti possibile quella che molti ritengono la migliore nazionale africana.
“Il mio sogno è l’affratellamento dei paesi del continente”, spiega Drogba, ambasciatore delle Nazioni Uniti per il progetto di sviluppo. Ha appena sottoscritto un’importante dichiarazione insieme a Kofi Annan, l’ex segretario generale dell’Onu: “Cinquant’anni fa, 17 nazioni africane ottenevano l’indipendenza. Questa coppa sia un segno d’orgoglio, ma anche un compleanno di libertà”. Il sogno fa i conti con un minuscolo pezzetto di silicone che il chirurgo ha infilato nel braccio di Didier, una protesi che servirà per guarire prima. Ma chissà se l’arbitro giudicherà regolamentare la protezione semirigida, a lui spetta il verdetto e a nessun altro, la Fifa lo ha specificato con una nota ufficiale. “Se non sarò pronto per il Portogallo lo sarò certamente per il Brasile, il 20 giugno. Questo mondiale è troppo importante: vorrei diventare il capocannoniere, ma vorrei soprattutto che la Costa d’Avorio arrivasse in fondo. Il difficile è l’inizio: se passiamo il turno contro brasiliani e portoghesi, niente sarà impossibile”.
Didier Yves Drogba Tébily detto Tito, 32 anni, una moglie maliana (Alla) e tre figli, il più forte calciatore d’Africa insieme a Eto’o, sa che questa è un’occasione enorme, l’unica e forse l’ultima. Fuori al primo turno nel 2006 in Germania, sconfitto in Coppa d’Africa nello stesso anno per colpa di un suo rigore sbagliato in finale contro l’Egitto, il centravanti da 43 gol in 66 partite con gli Elefanti deve sfatare il mito degli africani emergenti e mai emersi, i più promettenti e incompiuti da almeno vent’anni. “Ma stavolta è diverso, non vedo l’ora di giocare”. La sua è una storia classica di povertà e riscatto, iniziata nel sobborgo di Yopougon, il più miserabile di Abidjan. La palla di stracci, i piedi nudi, poi un padre – Albert – che lo manda in Francia dallo zio Michel Goba, calciatore professionista. Didier ha appena cinque anni e sa solo piangere. “Volevo che studiasse, non solo che provasse con il calcio”. Giorni di lontananza e malinconia, finché tutta la famiglia raggiunge Didier a Brest: il ragazzino ha ormai tredici anni e una certezza: sarà giocatore. Non è un’esplosione improvvisa, la strada passa attraverso i dilettanti (Levallois-Perret) e squadre minori come Le Mans e Guingamp, fino alla svolta di Marsiglia. E nel 2004 il Chelsea, con quei 24 milioni di sterline spesi da Abramovich su richiesta (preghiera, supplica, ordine) di Mourinho. È l’inizio di ogni vittoria, a parte la Champions League ma solo per colpa del famigerato arbitro Ovrebo (Chelsea-Barcellona). Quando Drogba stava per menarlo in diretta: “Mio figlio mi rimproverò, mi sono vergognato e gli ho promesso che non accadrà mai più”, dice il guerriero imbottito prima di maltrattare un giocattolo bianco e rotondo.
(13 giugno 2010)
