IL SUDAFRICA 2010 FORSE DECRETERA’ LA FINE DEL”PAZZO” JABULANI
I migliori giocatori del mondo che prendono a calci il peggior pallone del mondo: sono ormai giorni che l’Adidas si sta interrogando se questo paradosso sia accettabile o meno. E soprattutto se l’oggetto che lo sta determinando possa avere un futuro. Così la Fifa scopre di avere un altro problema da risolvere. Forse ancora più inafferrabile perché rotola. Quando persino Drogba, calciando una punizione, ha involontariamente trasformato il Jabulani nella Cometa di Halley, il segretario generale Valcke è stato costretto ad ammettere: “Non siamo né sordi né ciechi. Abbiamo capito che i calciatori hanno un problema con questo pallone”. Adidas e Fifa sono tornate a parlarsi. Dopo la prima settimana sembrava che fosse possibile, nonché auspicabile, un graduale adattamento dei calciatori al calciato. Invece sia nei tiri che nel controllo ad alta velocità la tanto agognata confidenza è rimasta un mezzo miraggio. Ciotti diceva: “Rivera addomestica il cuoio…”. Ecco, qui nessuno addomestica il cuoio, “jabulando jabulando” qui non s’impara niente. Nemmeno Beckham, sulla cui raffinatezza di piede hanno fatto un film (“Bend it like Beckham”), avrebbe potuto cambiare le statistiche negative. E’ il primo pallone ufficiale ufficialmente “unbendable”. Vale ancora la definizione regalata da Casillas: “Da supermercato”. Solo dopo 35 partite è arrivato il primo gol su punizione (Park Chu Young della Corea del Sud alla Nigeria), poi i due segnati da Honda e Endo contro la Danimarca (due in una sola partita, tanto per confermare l’eccezionalità della situazione). Si è anche notata la diffusa bruttezza dei calci d’angolo.
Eppure erano stati chiamati fior di scienziati per concepirlo: quelli dell’università inglese di Loughborough. Ore di laboratorio per “produrre otto elementi innovativi 3D saldati termicamente e per la prima volta modellati sfericamente con gomma EVA e poliuretano termoplastico”. Giotto non avrebbe potuto immaginare il cerchio con la stessa perfezione con cui è stata curata, come un figlio, la sfericità del Jabulani. La trama con fessure della superficie ha un nome da antologia di dance music: “Grip’n’Groove”. Ma nonostante tutto questo straordinario sforzo tecnologico, linguistico e se vogliamo anche culturale la palla è una palla al piede, non funziona: “E’ come se pensasse a come fregarti”, ha lucidamente ammesso il portiere del Cile Bravo. Il Jabulani continuano a produrlo in Cina e in Pakistan. A Sialkot, la città del Pakistan in cui il 75% della popolazione lavora nell’industria manifatturiera dello sport per 60/90 euro al mese, sfornano palloni come frittelle. Anche se poi un solo operaio, in dodici ore di lavoro, riesce a cucire solo cinque palloni. Secondo il Labor Rights Forum i compensi dei lavoratori dell’Adidas sono la metà del minimo per garantire la sopravvivenza a una famiglia pakistana. A Sialkot l’Adidas ha stabilito il proprio quartier generale per servire il grande mercato, quello dei modelli meno raffinati a costi di produzioni bassissimi: nell’82 uscì il “Tango” più popolare a più buon prezzo. Adesso il Jabulani da 25 euro (quello “vero” lo fanno in Cina e costa 120 euro). L’azienda tedesca punta a superare i profitti del 2006 col Teamgeist (circa 800 mln di euro). Ma la fama del Jabulani è accompagnata da un rosario di aggettivi squalificanti o di polemiche. L’ultima è che i tedeschi sarebbero stati agevolati perché essendo il loro (la Bundesliga) l’unico campionato nazionale europeo sponsorizzato dall’Adidas, avrebbero avuto un anno intero per adattarsi al Jabulani giocandoci tutti i sabati e le domeniche (in Italia, Francia, Inghilterra e Spagna si gioca con palloni Nike).
E adesso? Niente o forse tutto. Perché pare che dopo un breve ma sostanzioso incontro fra delegazioni nazionali, Fifa e tecnici dell’Adidas, si potrebbe anche arrivare a una decisione clamorosa: cessare la produzione del Jabulani alla fine dei mondiali. Si tornerebbe a una specie di Teamgeist evoluto sulla spinta di un paradosso: “Il Jabulani è perfetto per peso e dimensioni. Ma forse non così perfetto…”, riconosce Valcke. Tanto i palloni sono come le pizze di Sofia Loren nell'”Oro di Napoli”. Cambiategli colore, disegno, nome. Li metti in vetrina appena usciti dal forno e se il prezzo è giusto vanno a ruba comunque. Pure se volano da soli. Un affare eterno.
