IDRIS, DALLA LIBIA A TORINO SOGNANDO DI GIOCARE IN SERIE A
Oggi 170 profughi libici, sudanesi, eritrei e tunisini. Molte donne vittime di violenze. Tutti reduci da un viaggio infernale. Idris Bello, forse, è quello che ha raccontano la storia meno drammatica. E quando gli hanno chiesto il suo mestiere, ha risposto con orgoglio: calciatore. Giocava nel Pepsi Football Accademy di Lagos, Nigeria. Una scuola calcio iscritta al campionato di serie C. Ma a vent’anni era convinto di meritarsi di più. Per questo ha deciso di partire. Ogni giorno va ad allenarsi da solo nei parchi di Torino. Ha fatto un provino ma non ha capito bene per chi. Corre intorno al palazzo dove dorme. Ha un pallone da 12 euro. Un giorno siamo andati al campo con lui. Difficile stabilire se sia bravo quanto spera di essere. Però durante il viaggio ripeteva una frase che ci ha colpito: «Tutto nella vita è avere l’occasione – diceva fissando la strada – io credo in dio e nel mio sogno. Sto lavorando per essere forte come Cristiano Ronaldo, sono sicuro che verrà il mio momento per splendere». Usando i suoi risparmi, ha attraversato il deserto del Niger su un camion. Poi ha lavorato in un autolavaggio a Tripoli per pagarsi l’attraversata. Quando in Libia è scoppiata la guerra, è scappato insieme ad altri ragazzi, ha passato il mare, ed ora è qui. La strada di Idris Bello, di mestiere centravanti, è già lunga 5670 chilometri. Una storia che i nostri giovani che giocano a calcio dovrebbero almeno conoscere per sapere quanta sia grande la loro fortuna.
