TUTTI I VOTI DEL CAMPIONATO MONDIALE SUDAFRICA 2010
“10 OLANDA/SPAGNA
Chiunque vinca questo mondiale se l’è meritato. Spagna e Olanda, immaginando una mista fra le due rose, incarnano i pregi di un calcio sempre più difficile da ridurre nell’ambito delle definizioni classiche, soprattutto nel risicato tempo di un torneo in cui, al massimo, si giocano sette partite. Eleganza, possesso palla, pazienza, qualità dei singoli e grande applicazione tattica. La Spagna è recidiva. Appena due anni fa vinceva, praticamente con lo stesso organico, ma con Aragones in panchina, l’Europeo di maggior tasso tecnico di sempre. L’Olanda ha fatto tesoro proprio di quel torneo per aggiustare il tiro: via Van Basten per Van Marwijk e via anche una campagna di rinnovamento che è costato posto (e anche un po’ di dignità) ad alcuni senatori come Seedorf e Van Nistelrooy. E’ stato, comunque vada, il mondiale di Sneijder, Robben, Villa, Xavi e Iniesta. Pittori capaci di alternare, non capisce come facciano ma lo fanno, tratti impressionistici e robuste derive espressioniste. Colpi sussurrati e folate. Meritano il pallone d’oro con cui si giocherà la finale: domani in campo ci sarà il Jo’Bulani, con il disegno dorato in omaggio alla città che è stata il cuore di questa manifestazione: Johannesburg. L’Olanda è alla sua terza finale e se perdesse pure questa, come le altre due, quando era “arancia meccanica”, stabilirebbe un record: nessuna nazionale è mai arrivata tre volte in finale senza mai vincere. La Spagna è alla prima finale.
9 SUDAFRICA
La luce che splende su questo mondiale è la somma dei sorrisi delle migliaia di volontari in giallo-verde che dal Limpopo alla ricca Città del Capo hanno reso possibile questo torneo cui il Sudafrica forse non ancora del tutto pronto. I fiori del bene disposti a meraviglia, perché in fondo non richiesti, nella inevitabile imprecisione di molti dettagli, nella non sempre buona organizzazione logistica. Il Sudafrica ha vinto prima di giocare. Quando i Bafana sono usciti il paese ha capito immediatamente che il sogno, per quanto esaltante, non poteva durare. Non era rugby, ma calcio. Il Sudafrica ricchissimo sotto e povero fuori ha fatto quel che poteva, mal sostenuto dal governo del calcio che un po’ se n’è anche approfittato. Sbalzi enormi di guadagni fra province. Il povero Limpopo (la zona di Polokwane) ha incassato venti volte meno del Gauteng (la zona di Sandton e Johannesburg), dove il pool delle “cinque stelle”, le catene alberghiere hanno convogliato pubblico nei “malls” e direzionato il merchandising e i consumi. Forse durante il torneo i ristoranti avrebbero fatto meglio a chiudere più tardi: invece hanno proseguito con i loro orari spesso inaccessibili per i tifosi delle partite delle 20.30 (“la cucina chiude alle 22.30…”). Non ci sono stati errori gravi nella gestione dello show. Il Comitato organizzatore ha dovuto risolvere il problema dello sciopero (che poi è diventato distacco totale) di un paio di compagnie di vigilantes. Sono stati aggiunti poliziotti pagati dallo stato e si è evitato che un paio di partite non venissero disputate. Per la semifinale Germania-Spagna l’aeroporto di Durban è andato in tilt. Poco rispetto a quel che si diceva: sarà un disastro, una follia organizzare qui il mondiale, non si potrà girare se non sotto scorta, non fermatevi ai semafori, la vita normale sarà un inferno, diffidate di tutto e di tutti. In realtà per sentirsi a casa è bastato evitare di andare a Hillbrow. Del resto chi va a Los Angeles non va a South Central.
8 GERMANIA E URUGUAY
Ognuna a modo suo, due rivelazioni. Rigiocheranno la finale per il terzo e quarto posto del 1970 (vinse 1-0 la Germania con gol di Overath). L’Uruguay aveva raggiunto la semifinale proprio dopo quel torneo messicano di quarant’anni fa. Tabarez ha costruito una squadra umile ma non così disprezzabile sotto il profilo tecnico, come spesso sono stati certi Uruguay recenti, passati alla storia per avere in rosa un paio di uomini di classe e ciurme di picchiatori da leggenda. No, Tabarez ha preso il meglio dagli uruguayani emigrati puntando su un solo “casalingo”, Arevalo (Peñarol). La sua squadra si è difesa prima di attaccare: “Meglio essere ai quarti non da bellissimi che essere bellissimi a casa”, disse dopo l’ottavo di finale contro la Corea del Sud. Ha avuto talento e fortuna (col Ghana) per arrivare così in fondo. Ma ha dimostrato robustezza proprio nel torneo in cui si è evidenziata una generale tendenza a cercare di non prenderle (non difensivismo, ma amor proprio). D’altro segno la Germania di Loew. Tutti “canterani” alla tedesca, Loew ha affidato il centrocampo (e se stesso in pratica) a uno che prima dei mondiale aveva cinque presenze in nazionale: Khedira. Accanto a lui Schweinsteiger, cresciuto a dismisura. Poi sempre dentro quattro attaccanti, ma secondo la teoria “fergusioniana” dell’universale. I tedeschi sono arrivati che giocavano tutti in Germania (come la rosa della povera Italia). Poi Boateng è andato da Mancini al City. La Germania ai mondiale c’è sempre: su 17 partecipazioni ben 12 volte è giunta in semifinale.
7 DIEGO FORLAN
Fra le stelle bruciate, gli assenti ingiustificati (in campo) e le conferme, Diego Forlan appartiene a una sua specifica categoria: il sottovalutato che finalmente il mondo si è reso conto di che pasta sia fatto. Senza fraintendimenti. Ferguson, per il quale Diego faceva la riserva, lo lasciò andare pensando che il suo Manchester potesse fare a meno di lui, una volta esploso Rooney (e c’era ancora Van Nistelrooy). Ma non era maturato Diego, il “cachavacha” (dal nome della strega biondastra dei cartoni animati argentini cui dicono somigli) che accetta di andare in Spagna al Villarreal. Comincia a farsi capire. Un linguaggio d’attacco fatto di sostanza assoluta. Segna in tutti i modi, diventa anche capocannoniere della Liga, destro, sinistro, talento assoluto anche nel regalare assist. Poi passa all’Atletico Madrid, orfano di Torres, che porta con i suoi gol determinanti alla conquista dell’Europa League. Non è una promessa perché ha 31 anni, ma ha sangue ancora giovane e una storia familiare che testimonia valori “pesanti” passati per via genetica: suo padre allenava l’Uruguay nel ’66 e nel ’74. Non andò bene ma era un personaggio rispettato. E suo nonno materno, Corazzo, allenava il Cile padrone di casa nel ’62. Diego è stato lanciato da Menotti in Argentina, nell’Independiente, quando aveva appena 17 anni. Uno forte forte, ma “underrated”. Finalmente forse l’hanno capito tutti.
6 LE PICCOLE
Il torneo di Ghana, Paraguay, Corea del Sud (ad altri livelli, ma è come la Germania, fino a un certo punto ci arriva sempre). Squadre fisiche. Entusiasti gli africani, assassinati dalla mano di Suarez e dall’errore di Gyan sul successivo rigore al 120′. Prudenti, coscienti dei proprio limiti i sudamericani di Gerardo Martino. Anche qui una bella storia rovinata da un rigore sbagliato, quello di Cardozo contro la Spagna. Chi sa come sarebbe finito quel quarto di finale se il giocatore del Benfica avesse battuto Casillas. Meglio addirittura del Paraguay, il Cile di Bielsa, forza, tattica e alcuni talenti noti (Sanchez) e meno noti (Beausejour). E’ stato anche il torneo della Nuova Zelanda, uscita ai gironi imbattuta, tre pareggi di cui uno vale (e varrà per sempre) come una vittoria: contro l’Italia. E poi i Giappone: senza un’idea precisa di come si arrivi al gol, la squadra di Okada e dello splendido Honda (dopo Forlan viene lui…) ha impostato ogni partita come fosse la prima, l’ultima, o un semplice allenamento: con serenità. Serenità mancata soltanto a Komano sul rigore decisivo contro il Paraguay.
5 VUVUZELE
Erano ovunque, a tracolla come l’arco con le frecce, come i tromboni nelle stampe settecentesche. Le suonavano tutti. Sono state l’elemento caratterizzante (e stremante) di questo mondiale. A causa delle vuvuzele, anzi, fino a un dato momento della manifestazione, sembrava che contasse più il tifo del gioco. L’inventore Neil Van Schalkwyk si sta facendo ricco. La chiesa Shembe invoca la paternità dell’uso delle vuvuzele: “Nelle nostre funzioni le suoniamo dal 1910”. Il comitato organizzatore non può bandirle, benché siano forse più quelli che le soffrono di quelli che ne godono. Costano da venti a sessanta rand (dai 2 ai 6 euro). Negli ultimi giorni ne sono spuntate anche di mini e di storte (a “esse”). Ora che il mondiale è quasi finito ci si interroga sul futuro della vuvuzela. Arriverà anche in Europa? Intanto la federazione sudafricana del rugby prende posizione: “Nelle nostre partite saranno bandite”.
4 BRASILE E ARGENTINA
Il crollo delle presunzioni: “Siamo i migliori”, diceva Maradona prima di cominciare. “Sono la squadra perfetta”, scrivevano mentre il Brasile si avvicinava alla semifinale, senza raggiungerla. Invece le due sudamericane per eccellenza, Selección e Seleçao, sono crollate sotto i colpi del calcio europeo. L’Olanda ha opposto a Dunga un modello di comportamento simile. La Germania ha messo solo in evidenza i paurosi limiti difensivi, più in generale, strutturali, della squadra di Maradona. Non era perfetto il Brasile, sostenuto da un centrocampo troppo modesto, non erano i migliori gli argentini, cui è mancata l’armonia fra i vari campioni del reparto offensivo: lampi, non continuità. E un po’ sta bene a entrambi…
3 FIFA
Tipico mondiale alla Blatter, grandi feste in onore di sponsor, partner, alleati economici di ogni risma, una pletora di briefing per non raccontare un bel niente, un passionale trasporto per “portare il calcio” dove non c’è, un pullulare di cerimonie di apertura, di chiusura, di premi a chiunque, di aperitivi a qualsiasi ora. Ma quando poi si parla di soldi la cassaforte della Fifa tende sempre, stranamente, a chiudersi. Le piccole aziende locali hanno cavalcato la protesta: “Siamo discriminate”. Lo stesso governo sudafricano si è trovato solo quando c’è stato bisogno di trovare altri soldi per pagare i poliziotti che servivano per sostituire i vigilantes dimissionari. I proprietari degli alberghi hanno detto: “La Fifa è il più oneroso tour operator della storia. Di solito chiedono il 10% dell’affare, la Fifa ne vuole il 40!”. Cattivi i controlli sulla circolazione dei biglietti falsi. E complessa, ma non da oggi, la vicenda della tecnologia in campo per aiutare arbitri non sempre all’altezza. Per essere un affare di miliardi di euro, la Fifa potrebbe funzionare meglio. O dovrebbe?
2 IL CIRCO DEGLI EX
Johannesburg si è riempita di grandi ex. Ognuno dei quali ha sentito il bisogno di dire la propria. Solitamente l’obiettivo era Maradona, uno che si presta. Ma anche questo rientra nei codici comportamentali della Fifa e di chi gli ronza attorno. Stile. Per ragioni prevalentemente nobili (lo sponsor), appoggiati nei vari alberghi come ospiti di una birra o di un altro prodotto, accreditato ufficialmente dalla Fifa, hanno rappresentato soltanto se stessi. Hanno fatto interviste, detto qualche bestialità, girato un po’ per farsi fotografare in qualche scuoletta calcio, o magari al Football For Hope organizzato nella township di Alexandra. Brutto fare nomi. Uno per tutti: Pelè. Chi si è fatto migliaia di chilometri, in pratica, per cantare la sua solita canzone, come un disco rotto: “Maradona è un ciarlatano”. E la cosa triste è che lo pensa, e lo dice, pure Platini. Che invece è il presidente dell’Uefa, qui ci deve stare. Ma forse per dire altro.
1 LE DELUSIONI
Le stelle e le squadre mancate. Ronaldo ha segnato un gol facendosi fare i grattini sulla schiena dal pallone contro la Corea del Nord. Messi, come Ronaldo, ha tirato trenta volte in porta, ma non è stato mai il Messi che conosciamo. Qualche folata e soprattutto sempre uno sguardo triste, di chi non si diverte, di chi appena indossa una maglia diversa da quella del Barcellona viene colto da una mezza paralisi che coinvolge gambe, cuore, anima. Rooney, Torres e Van Persie (questi ultimi due ancora in gioco) sono accomunati dagli infortuni che li hanno costretti ad arrivare al mondiale in grave crisi di condizione. Parzialmente giustificati. Lampard era appesantito. Terribile Kakà: che non è più lui perché non è stato più lui per tutta la stagione. Un giocatore in metamorfosi. Drogba aveva un braccio mezzo rotto, Eto’o non sopporta la tensione che lo attanaglia quando gioca da capitano del Camerun.
Le squadre: malissimo l’Italia, inutile soffermarsi, delusione cocente per Inghilterra e come detto per Brasile e Argentina. Ma forse Capello aveva una squadra più forte. Ma la Premier è un’altra cosa.
0 ROSETTI E LARRIONDA
Simbolo di un vecchio codice. L’italiano (si è appena ritirato, farà il designatore della serie B) e l’uruguayano sono la prova che qualcosa di grosso non funziona più. Il calcio è troppo veloce, soprattutto se giocato ogni tre giorni nonpermette ad arbitri e assistenti di star dietro il pallone. Errori clamorosi come il gol fantasma “dentro di un metro” non visto da Larrionda in Germania-Inghilterra e il fuorigioco di Tevez che ha lanciato l’Argentina alla vittoria contro il Messico, dopo un primo “no comment”, hanno spinto persino la modernissima Fifa, sempre incline ai cambiamenti utili, a interrogarsi sul futuro, su un possibile aiuto, umano o tecnologico (assistente dietro le porte, telecamere in porta, moviola): “Studieremo altro”. Intanto il brutto spettacolo delle gaffe degli arbitri di questo mondiale hanno fatto il giro del pianeta spargendo un sale di ridicolo su cui il nuovo calcio, quello di domani, non può e non deve crescere.
