L’UOMO NON QUALUNQUE. VICENTE DEL BOSQUE
Un elogio all’uomo riservato ma dal grande carisma che ha portalo la Spagna sul gradino più alto del mondo. Lo riportiamo integralmente per omaggiare nel migliore dei modi Vicente Del Bosque. “È stato il Mondiale del baffo profilo. A un certo punto questo sembrava il Mondiale degli allenatori. E lo è stato, ma non di quelli che si diceva, non di quelli da 6 milioni di sterline, non di quelli col pedigree da campioni, non di quelli che parlavano bene e razzolavano male. Questo è stato, è e sarà il Mondiale di Vicente Del Bosque Gonzalez, 60 anni a dicembre, l’uomo di Salamanca con i baffoni, che ha portato la Spagna sul tetto del Mondo. C’era stato un momento in cui ci eravamo chiesti: che fanno le stelle? Dove sono Messi, Ronaldo, Rooney, Fernando Torres, Kaká? La mancanza della squadra alle spalle, lo spirito di servizio, gli acciacchi, il logorio del calcio moderno. Tutto ha congiurato per trasformare questo nel Mondiale degli allenatori. Nel male, nel così così e nel bene, in tutte le gamme. Nel male di Raymond Domenech condottiero di una Francia divisa e ammutinata; o di Marcello Lippi alla guida di un’Italia imbarazzante e lacrimosa. Nel così, così di Fabio Capello che pronosticava l’Inghilterra non meno da semifinale e arrivava in Sudafrica paragonato a sir Alf Ramsey, l’uomo dell’unica coppa del Mondo conquistata dai sudditi pedatori di Sua maestà. Nel bene di Diego Armando Maradona che quando è apparso la prima volta in giacca e cravatta, secondo desiderio delle figlie, è diventato subito l’icona trash del Mondiale. Nel bene di Carlos Dunga che pareva aver oliato l’ingranaggio per perfetto dove perfino Felipe Melo aveva un senso. Oppure di Joachim Löw, l’allenatore dal golfino azzurro della giovane e travolgente Germania.
È stato il Mondiale degli allenatori, effettivamente. Ma non di questi. Non di Fabio Capello che si è trovato alla fine con una squadra non all’altezza, non di Diego Armando Maradona che ha allenato l’Argentina dimenticandosi che alla fine bisogna metterla anche in campo, non di Carlos Dunga che a furia di speculare è stato battuto da un più bravo di lui nel ramo. E neanche di Joachim Löw perché la Germania è una squadra solida, ma quando trova qualcuno più bravo, perde. Non è stato il Mondiale delle primedonne, anche in panchina. Questo è stato il Mondiale del basso profilo nell’immagine e nell’enorme sostanza nell’allenare. Questo è stato il Mondiale di due squadre che hanno entusiasmato fino a quando non si sono annullate a vicenda. Questo è stato il Mondiale degli allenatori in grigio, non tanto nel vestire, quanto nell’apparire, che preferiscono il tormento interiore alle sceneggiate. Esaltiamo la grandezza dell’uomo non qualunque, a cui non importa essere diverso da quello che è. Esaltiamo lo sconfitto Bert Van Marwijk, ma soprattutto Vicente del Bosque, il placido che s’infiamma dentro, il marito di Trini, il padre affettuoso di Vicente, Gemma e Alvaro. Esaltiamo il progressista nelle idee politiche e nella vita sociale che ama il calcio conservatore (della palla). L’uomo che fu cacciato dal Real Madrid perché non incarnava il modello «galactico» ora è in cima al mondo con la squadra di palleggiatori, con questa squadra che ha preso dopo Luis Aragones e il trionfo europeo del 2008 e non ha avuto paura di condurre fino a qua, alla fredda notte di Soccer City, oltre le cattive maniere olandesi. «Non ho un piano anti- Sneijder» aveva confessato alla vigilia, aggiungendo: «La Spagna andrà ad affrontare una gara molto tranquilla».
L’ha fatto, non cadendo nella trappola della rissa, tenendo duro nei momenti che contavano e pure quando le ossa scricchiolavano per i colpi. È il Mondiale di quest’uomo che vive tutto dentro e che fuori regala perle di saggezza. «Essendo la finale del torneo più importante che c’è, posso dire che è la partita più importante della mia vita. Verdad. Però posso dire anche che avrei preferito giocarla. La faccio da allenatore e va bene lo stesso». L’emozione, ora, quasi lo vince, ma anche ora è obiettivo: «È stata una partita difficile, ma questa vittoria è meritata. Abbiamo avuto tre, quattro occasioni chiare. Questo è un momento felice per tutto il gruppo, anche per quelli che non hanno giocato». Baffo profilo, baffo vincente”.
