ALLA RICERCA DEL NUOVO PELE’: LE SOCIETA’ A CACCIA DI BAMBINI
Si chiamano “The little gym”, oppure “Baby goes pro”, e già dal nome rivelano lo scopo: costruire in laboratorio mini atleti da selezionare per un professionismo non così lontano. Anche se il primo obiettivo è vendere iscrizioni, attrezzi ginnici, magliette e scarpe. L’America si propone quindi come modello sbagliato, ne è convinto Enrico Casella, allenatore di ginnastica. Sport in cui si inizia da piccoli ma non “da piccolissimi – dice – perché serve la possibilità di capire e scegliere. L’avviamento sportivo deve sempre essere disinteressato e giocoso: se poi il talento per le gare esiste, si capirà più avanti. Il rischio è il plagio da parte degli adulti, a loro volta condizionati dal mercato. L’America, in questo senso, è il peggiore dei modelli”. La Federazione italiana medici pediatri è contraria allo sport in miniatura. E avverte che la pratica agonistica sotto i dieci anni si può svolgere solo nella ginnastica e nel pattinaggio (dai 6 anni), oppure nel nuoto, nella scherma e nel rugby (dagli 8). Anche se è il demone calcio ad attirare i genitori-ultrà: sognano denaro e fama per i figli, nonostante le statistiche federali dimostrino che solo lo 0,2 per cento dei 700 mila giocatori dagli 8 ai 16 anni tesserati in Italia arriva in serie A. A questo proposito in America esistono delle accademie del calcio in cui la maggior parte dei suoi iscritti ha meno di tre anni e giocano in campionati veri alla ricerca “del nuovo Pelè” come dichiara l’amministratore delegato di Lil’Kickers Don Crowe. Un gioco al massacro in cui i genitori hanno comuni colpe da espiare.
