PER IL CALCIO DI RIGORE UN COMPLEANNO LUNGO PIU’ DI UN SECOLO


Nel dicembre 1890 il campionato locale introduce l’innovazione sotto forma di provvedimento sperimentale: “Ci siamo accordati sulla distanza dalla porta ma sulla tecnica non ci metteremo mai d’accordo”, ammetteva profetico Little Willie che nel frattempo diventa Maestro Willie e con inaspettata autorità suggerisce alla federcalcio nordirlandese di sottoporre l’idea all’International Football Board, la Consulta del calcio. All’inizio gli piovono addosso risate. I dirigenti dell’Ifb la chiamano “la mozione dell’irlandese”, pensano sia “una pericolosa restrizione della creatività nello sport” o, in alternativa, “roba per gente senza fegato”. Invece viene accolta. Dopo mesi di rimescolamenti, il 2 giugno 1891 il “penalty kick” diventa la regola n.13 del board. A sciogliere i dubbi residui, un mani sulla linea di porta durante Notts County-Stoke. Maestro Willie viene prima depredato del brevetto e poi dimenticato. Come non bastasse, la sua famiglia cade in disgrazia. Qualche giorno prima della bancarotta ancora gironzolava fra le poche strade di Milford sulla Rolls Royce del padre. “I vecchi lo conoscevano bene”, ricorda Gary Lineker che nel ’98, dopo l’eliminazione dell’Inghilterra dai mondiali di Francia (ai rigori per mano dell’Argentina), girò un breve documentario su Master Willie. La favola del rigore perfetto e del perfetto rigore sbagliato cominciò a circolare restituendo, almeno in Gran Bretagna, la paternità dell’invenzione al suo legittimo proprietario. Senza eliminare il dolore dal cuore dei tifosi. Due anni prima Gareth Southgate, sbagliando un rigore contro la Germania, negava all’Inghilterra la sua prima finale europea, con l’aggravante emotiva che tutto accadeva a Wembley, non in Papuasia. Da On Penalties di Andrew Anthony, scritto nel ’99: “Il rigore? Non è più una regola, ma un tormento nazionale”. Si torna a discutere se abbia senso chiudere con la sbrigativa modalità dei 5 rigori un match, assegnare una coppa, cambiare un destino.

La sera che Asamoah Gyan ha sbagliato a Soccer City il rigore forse più celebre e atroce degli ultimi mesi (Uruguay-Ghana), sono riaffiorati i mille misteri di questo ineffabile gesto tecnico che compie 120 anni. E’ rispuntato il messicano Manuel Rosas Sanchez, il primo a segnare un rigore mondiale al 42′ di Argentina-Messico 6-3, luogo dell’avvistamento Stadio del Centenario di Montevideo. Abbiamo rivisti i capelli al vento di Neeskens che batte Maier nella finale Germania Ovest-Olanda 2-1 senza che i tedeschi abbiano ancora toccato palla. C’è Panenka che osa il primo cucchiaio della storia per l’unica storica vittoria di una nazionale della Cecoslovacchia (sempre davanti a Maier). C’è Cruyff che improvvisa il rigore a due tocchi. Vengono in mente i falli inesistenti (Platini per la tragica finale dell’Heysel). I rigori decisivi perché segnati e conclusivi di un’epoca (Pancev consegna l’ultima Coppa deiCampioni alla Stella Rossa, Grosso l’ultima gioia al calcio italiano). I rigori sbagliati per una zolla (Terry, Beckham), per ardore, incapacità, bravura dei portieri. Noi e gli inglesi ci portiamo dietro una roulotte di sensi di colpa e di errori cruciali. Conti e Graziani stregati da Grobbelaar, Schevchenko da Dudek. Una volta Martin Palermo ne sbagliò tre in una partita (Argentina-Colombia). Tre settimane fa Rooney, un fenomeno, ne ha calciato uno contro l’Arsenal da portare in giro per le scuole: “Così non si tira”. Orribile, fa quasi ridere. Casarsa divenne famoso per calciare senza rincorsa. Van Basten perché prima di iniziare la rincorsa faceva un saltello propiziatorio e forse anche propriocettivo. Una volta Hässler cadde prima di calciare, colpì quasi di ginocchio.
Pare che McCrum andasse dicendo: “Quest’invenzione mi porterà sfortuna”. Sarà un caso, ma è morto poverissimo in una pensionaccia fuori Milford nel natale del ’32. E senza aver mai parato un rigore in vita sua.

FONTE: repubblica.it