INTERVISTA A FRANCESCO ROMEO DELLA FOSSA DEI LEONI

La padronanza di linguaggio, unita all’educazione, all’affabilità e alla spontaneità, rendono questo ragazzo persona matura, piacevole e capace. Francesco ride spesso ed è una risata contagiosa, di quelle che rendono lieve il lavoro e svelano quanta forza ci sia in un giovane che ha avuto presto chiaro il proprio futuro. Infatti, alla guida di Allievi e Giovanissimi, segue con dedizione i ragazzi impegnati nei campionati regionali, quasi come un veterano del calcio, lui che di anni ne ha solo 21. Il tutto accompagnato dallo sguardo soddisfatto di papà Mimmo, da cui ha imparato tanto. E sì, perché la famiglia Romeo nel mondo del calcio fa la sua parte da tre generazioni. E di progetti da portare avanti ne ha ancora tanti.

Mister Romeo, il calcio come una questione e passione di famiglia.
Sicuramente si, una tradizione iniziata da mio nonno, già presidente della Reggina, e proseguita da mio padre a cui la passione è stata trasmessa fin da piccolissimo. La scelta di avere una società di calcio tutta nostra viene proprio da lui, dal desiderio di portare avanti ciò che mio nonno credeva possibile. Un sogno nel cassetto diventato realtà con la nascita de “La Fossa dei Leoni”.

Lei è quindi cresciuto, potremmo dire, a “pane e pallone”.
In effetti si. Ma per me non è semplicemente e soltanto quello, il calcio non è inteso come fine a se stesso. In questi anni abbiamo portato avanti qualcosa che andasse oltre la semplice scuola calcio. A noi non interessa soltanto la crescita dei ragazzi dal punto di vista calcistico ma abbiamo anche grossissime aspirazioni che riguardano l’aggregazione sociale. Siamo molto vicini ai nostri tesserati, in alcuni casi un punto di riferimento importante. I numeri, del resto, ci danno ragione: abbiamo il più grosso vivaio della costa ionica.

Dalle sue parole si ricava che lei è persona con una grande competitività. Tutto ciò le deriva, forse, da un passato da giocatore?
In verità io non ho giocato molto a calcio e di fatto mi considero un allenatore atipico. Da piccolo ho provato più volte a livello amatoriale ma senza svolgere campionati giovanili, forse perché ho sempre pensato che avrei potuto dare qualcosa di più in un altro modo. La mia esperienza calcistica non viene quindi tanto dal calcio giocato quanto da quello studiato. Sono un autodidatta, la mia cultura calcistica deriva da una fonte del tutto personale. E di esempi il calcio ne ha diversi. Basta pensare ad Arrigo Sacchi, tanto per citarne uno, arrivato al Milan senza un passato calcistico e ha vinto tutto. Io credo che un allenatore per essere all’altezza deve avere dalla sua conoscenza e capacità. Mentirei se dicessi che non ci sia stata nei miei confronti una diffidenza iniziale dovuta per lo più alla giovane età e, perché no, anche per non aver praticato tanto questo sport. Negli anni, però, assieme alle soddisfazioni sul campo sono arrivate anche grandi dimostrazioni di affetto e di stima a conferma del buon lavoro svolto. Ne sono molto orgoglioso.

Quanto l’aiuta la giovane età nel rapporto con i suoi ragazzi?
Tantissimo e penso sia un vantaggio per entrambi. Chi ha a che fare con adolescenti sa quanto siano perspicaci e svegli ma anche bisognosi di continui stimoli. Io penso di dargliene e loro sono contenti di avere accanto un mister giovane. Essere un loro “coetaneo” mi aiuta a stargli vicino in modo più partecipe, a capirne anche con uno sguardo il morale e gli atteggiamenti che molto spesso nascondono più ansie di quante immaginiamo. Do loro il massimo per avere il massimo. Fino ad ora ho ottenuto ottimi risultati e se pur non è il massimo è di certo tanto. Sicuramente una grande soddisfazione.

Quali differenza ha notato tra le squadre dei gironi di questa stagione da quelle dello scorso anno?
Il mio pensiero è che in generale ci sia un basso livello tecnico. Ci sono squadre pronte agonisticamente ma come condizione di gioco vedo poco. Ovviamente c’è sempre la squadra che ha buone individualità ma in generale vedo qualcosa in meno.

L’anno scorso con il gruppo dei Giovanissimi siete arrivati alla semifinale regionale, conclusa con la vittoria del Pro Cosenza, anche quest’anno il cammino sembra essere iniziato sotto i migliori auspici.
L’anno scorso facevamo parte di un girone più competitivo e più difficile mentre quest’anno ci sembra più abbordabile. Noi, comunque, puntiamo al vertice della classifica.

Gli Allievi, invece, faticano a vincere. E’ un girone potenzialmente più forte?
Diciamo subito che gli Allievi hanno disputato il campionato regionale l’anno scorso per la prima volta. E’ un gruppo che si è formato da poco, non abbiamo quindi le stesse scelte e qualità di quello dei Giovanissimi. Facciamo più fatica, è vero, ma non dimentichiamo che sebbene senza ottenere ancora una vittoria siamo imbattuti da quattro giornate, e anche con discrete prestazioni. E’ di sicuro un girone meglio assortito in cui c’è la squadra che può staccarsi dalle altre e tutta una serie di squadre che possono rappresentare un’insidia perché se l’approccio non è quello giusto si possono perdere punti. Noi puntiamo a salvarci, vedremo come andrà a finire.

Cosa si augura per lei e per il calcio giovanile calabrese?
Il problema del calcio in Calabria è che non si programma abbastanza. C’è molta approssimazione e poca programmazione, mentre per fare bene bisogna lavorare da professionisti. Credo che rispetto ad altre realtà gli istruttori siano rimasti indietro. Occorrerebbe, invece, aggiornarsi di continuo per stare al passo con gli altri. Spero fortemente che si possano scardinare questi tabù. Abbiamo potenzialmente ottimi giovani che potrebbero emergere ma spesso il contesto in cui ci sia trova ad operare non è predisposto, a cominciare dalle strutture obsolete a disposizione. Tutto questo è un grosso limite per lo sport in Calabria. Sapere, saper fare e saper far fare, è il mio credo. Sono convinto che ci sia molto da cambiare e che cambiare si possa, occorre però tempo e pazienza perché i frutti non possono arrivare in maniera immediata.
Per quanto riguarda me sono una persona che si impegna tanto. Per come lavoro, per quello che cerco e voglio, avvicinarmi al professionismo o anche fare una esperienza all’estero sarebbe davvero la giusta ricompensa.

Francesca Nigro