UN AMORE SVISCERATO PER “L’HOMBRE DEL PARTIDO”


Quello che fa gol, colui che infiamma le folle, “l’hombre del partido” come dicevano di Paolo Rossi a Spagna 82′. Quello che porta la maglia numero 9. È vero, la classe, la tecnica, l’estro, la genialità appartengono alla numero 10. L’immaginario collettivo veste la maglia numero 10. Quella che fu di Pelè, di Maradona, di Rivera, di Antognoni (concedetecelo), quella del fantasista che regala l’assist e poi va a concludere. Alla fine però, si contano i gol, si premia il capocannoniere, si assegna la scarpa d’oro al goleador più prolifico. Ed allora pensate: la Fiorentina può vantare di aver dato gli ultimi due centravanti all’Italia campione del mondo… Francesco Graziani detto “Ciccio” e Luca Toni detto “LucaToni e furmini”. Alt, sappiamo già a cosa andiamo incontro. Qualcuno dirà: non è vero, perchè a Spagna 82′ il centravanti della nazionale italiana era un certo Paolo Rossi mentre Graziani agiva da punta esterna. Prova ne sia (aggiungeranno ancora) che Rossi si laureò capocannoniere con 6 reti, mentre il bomber viola si fermò ad una, seppur decisiva nell’1-1 contro il Camerun. Tutto vero, tutto giusto. È innegabile, però, che Ciccio Graziani in carriera abbia sempre fatto il centravanti. 131 gol in serie A, 23 reti azzurro, può bastare? Qualcuno si ricorda dei “gemelli del gol” nel Torino campione d’Italia del 1976? Graziani e Paolino Pulici (detto “Puliciclone”). Ebbene, Graziani vestiva il numero 9 (quando i numeri rispettavano i ruoli) e Pulici il numero 11. Idem dicasi alla Fiorentina: Graziani numero 11, Daniel Bertoni numero 7, Daniele Massaro (oppure Pasquale Iachini due anni dopo) col numero 11.

Nessun dubbio, invece, su Luca Toni centravanti col numero 9 sempre e comunque, anche con la numerazione spuria di un campionato del mondo. A proposito, un gustoso amarcord: in Argentina 78′ e Spagna 82′ il numero 9 era sulle spalle di un certo Giancarlo Antognoni… quello che per la curva “Fiesole” era, e sarà per sempre, l’Unico 10. Sveliamo in merito un piccolo retroscena: al tempo la federazione italiana assegnava i numeri di maglia in ordine alfabetico, reparto per reparto. Allora succedeva che a centrocampo, Antognoni (con la lettera A), fosse sempre il primo della lista. Contiamo allora un portiere (numero 1), 7 difensori (quindi 7+1=8) con il primo dei centrocampisti che vestiva la maglia numero 9. Il risultato fu che in Argentina, ad Antognoni toccò il 9, a Benetti il 10, mentre in Spagna Antognoni vestì come sempre il 9 e (udite, udite) Dossena col 10. A volte il destino si diverte ad essere beffardo, persino crudele, ma questo non fa che accrescere il valore della maglia azzurra numero 9 in un mondiale. Dicevamo di “Ciccio” Graziani. La sua fortuna fu l’infortunio di Roberto Bettega, titolare della maglia numero 11 di quella nazionale. A quel punto toccò al centravanti viola sacrificarsi per la causa. Ciccio lo fece con la consueta abnegazione, spirito di sopportazione ed il dazio fu un solo, misero gol nel girone di qualificazione contro il Camerun. Un colpo di testa a “palombella” su cross dello stesso Paolo Rossi. L’epilogo negativo arriva in finale, dopo soli 7 minuti, quando una caduta rovinosa sulla spalla sinistra ne provocò la lussazione percui dovette uscire lasciando il posto a “Spillo” Altobelli. E così, in pochi minuti sparì tutta la Fiorentina dalla finalissima mondiale: Antognoni in tribuna infortunato e Graziani in panchina, con il braccio al collo. Per entrambi, a fine gara, non mancarono i festeggiamenti anche se un velo di tristezza solcava i loro occhi. Luca Toni, invece, visse da protagonista i mondiali di Germania 2006. Alla fine, anche per lui, il bottino finale fu misero: 2 gol contro l’Ucraina nell’ottavo di finale, anche se per pochi millimetri gli fu annullato un gol in finale contro la Francia che avrebbe segnato per sempre la sua vita. Il 2006, comunque, fu l’anno d’oro di Luca: capocannoniere con la Fiorentina con 31 gol, Scarpa d’oro, Campione del mondo e Ufficiale della Repubblica Italiana…tutto in un colpo solo. Alberto Gilardino è avvertito. L’eredità è pesante, pesantissima. E allora se è vero che non c’è due senza tre, per il Gila è un’occasione da non perdere.

Fonte: Stefano Borgi per FV