A DURBAN JABULANI DA SPIAGGIA, PER I SUDAFRICANI PAZZI PER IL CALCIO
Ogni mattina, quando c’è il sole, vengono sparpagliati sui vari campetti allestiti sulla sabbia fra le zone di South Beach e North Beach, due a campetto di solito. I Jabulani servono per completare la trasformazione di Durban in una piccola Rio de Janeiro.
Giocano tutti. E’ vero che il Sudafrica è “crazy for football”. Arrivano i ragazzini. Arrivano gli stranieri qui per i mondiali. Arrivano delle ragazze. A volte anche mista. Il beach soccer è divertente e faticosissimo. Dei signori con la maglietta nera con dietro scritto “crew” controllano che tutto si svolga regolarmente, insomma che nessuno esageri. A richiesta possono anche arbitrare, tanto il fischietto (che di norma dovrebbe servire per il controllo del litorale, dei vai e vieni dei surfer) ce l’hanno sempre in tasca: “Noi siamo così anche senza mondiale”. Ci sono tanti stadi a Durban, ma i più frequentati sono quelli della povera gente, il cui unico vanto è che “per fortuna a Durban l’inverno non arriva mai”.
Il “waterfront” è un enorme campus sabbioso aperto a tutti. Si può fare il bagno, dormire, cantare, giocare a pallone, fare surf. Più che Rio de Janeiro, mancando le montagne, potrebbe far pensare a una California meno sontuosa. Ma il taglio dello skyline, a volerla dire tutta, è piuttosto un compromesso fra Ladispoli, Lazio, e Miami Beach, Florida. I palchi montati sono occupati ad ogni ora del giorno. Qualcuno che canta lo si trova sempre. Quando dormono le vuvuzele, al suono del mondiale provvedono band di “very smooth rhythm’n’blues”, come dice un giovane cantante nero curiosamente vestito come Marvin Gaye, o nastri registrati sparati dagli altoparlanti a volumi un po’ troppo alti (è la moda).
A un passo dal concerto permanente quattro squadre di sette giocatori ciascuna hanno appena finito di giocare un torneo misto, maschi e femmine, e beato che è riuscito a distinguerli. Una ragazza australiana ha segnato quattro gol: “Gioco in serie B”, dice Melena. Gambe toste, un po’ su di giri, ha fatto delle entrate in scivolata da dietro come se stesse cercando di togliere la palla a Messi. A gennaio, in piena estate, organizzano un campionato, “Beach 4 ball” che dura un mese. Ma la gente è molta di più, gli alberghi del lungomare sono pieni di turisti: “Il calcio di Durban comincia qui come quello brasiliano”, dice il sindaco Obed Mlaba, che recentemente ha ricevuto la visita di quello londinese, Nick Anstee. Hanno parlato anche di calcio e stadi: “Sapremo rendere il nostro nuovo stadio, il Moses Mabhida, una cosa utile alla comunità, come gli stadi di Londra”.
“Noi siamo certi che lo spirito dello stadio corrisponda a quello che vogliamo infondere nel futuro della nostra convivenza civile, nella nostra cultura e nello sport”. Ci sono sei squadre di calcio a Durban: qualche volta vengono a cercare proprio in spiaggia i ragazzi da provare. Amazulu, Golden Arrows, Thanda Royal Zulu, Martizburg United, Durban Stars e Nathi Lions: “Nessuno sa quanto la spiaggia sia importante per lo sviluppo dei nostri vivai”, ammette quasi scherzando (o forse no) Katz Naidoo, il capo del settore giovanile del Maritzburg, l’unica squadra di serie A della città. “I ragazzi della “preformazione”, come la chiamiamo noi, sotto i 15 anni, arrivano da noi spesso senza scarpe. Gli chiediamo dove hanno giocato. E loro: giù al mare, sulla sabbia…”.
