DIVENTANO UN SIMBOLO DEL MONDIALE E UN AFFARE DA 5 MILIONI DI EURO LE “TEMIBILI” VUVUZELA
Il “suono” è ovunque. Pare il segnale d’attacco del tripode della “Guerra dei mondi” di Spielberg. C’è chi la porta sotto le bandiere, chi se la porta a tracolla come un arco con le frecce incorporate. Chi dobbiamo ringraziare, o meglio, con chi dobbiamo prendercela? Nel primo mondiale in cui il tifo conta più del gioco, perché è più rumoroso e spettacolare (almeno finora), la vuvuzela non può che essere più importante del Jabulani. Se Messi fa un numero dei suoi o se il gioco è fermo perché c’è un uomo a terra circondato dai sanitari, il “suono” del tifo non varia di un decibel. Un’assurdità alla quale ci siamo già abiutati.
Verrebbe da domandarsi: da dove viene questa roboante svolta del pallone internazionale? “I soldi finiscono in bocca”, è uno degli slogan utilizzati per diffondere il morbo senza malattia (ma fino a quando?) della vuvuzela. I confini dell’epidemia non sono ancora stati delimitati (forse è del tutto impossibile), ma sembra evidente che se le bandiere sono tante in Sudafrica, le vuvuzele sono di più. Costano pochissimo. Le imitazioni cinesi non superano i venti rand, poco più di due euro. Quelle “ufficiali” arrivano a sessanta: “Con la vuvuzela autentica – si affrettano a urlarci nelle orecchie i produttori locali – si ottiene un suono “puro e inconfondibile”. Ciò che la rende popolare è che per suonarla basta avvicinarla alla bocca: “Il nostro obiettivo era di consentire anche a un bambino di due anni di suonarla”. Detto fatto. Ne esce una nota che può variare soltanto in intensità.
L’autore del misfatto milionario si chiama Nell van Schalkwyk, 37enne fabbricante di plastica di Città del Capo. L’idea di una produzione seriale dell’oggetto visto utilizzare di persona alla fine degli anni Novanta negli stadi sudafricani risale a sette anni fa. All’inizio del business van Schalkwyk ne vendeva cinquecento al giorno. Ora siamo sulle cinquantamila: “L’avevo chiamata boogie-blaster, sono stati più tardi i tifosi stessi a coniare il termine vuvuzela”. Espressione che si colloca a metà strada fra “ostacolo” e “colpo”. L’industria della vuvuzela, fra Sudafrica ed Europa, ha superato i 5 milioni di euro l’anno. E tutto per un pezzo di plastica con un bocchino appena lavorato il cui costo di lavorazione van Schalkwyk preferisce non divulgare ma che non è difficile immaginare vicino allo zero.
Nonostante il brevetto sia stato regolarmente depositato è quasi impossibile controllare il mercato nero: “Ma non mi preoccupo”, ammette lo stregone della plastica più rumorosa del mondo. Lui stesso del resto ha copiato qualcun altro rimasto anonimo: “E in fondo i corni esistono dal paleolitico: una volta servivano per andare a caccia di cinghiali, ora per andare a caccia di gol”. Recentemente si è dovuto ricorrere a una piccola rettifica per evitare che il suono, micidiale davvero, non superi i 20 decibel. Che, garantito, bastano e avanzano.
